Sabato 4 agosto 1849

In fuga nella valle

Gaspare Matteucci appresta una seconda barca sulla quale sale «Leggero» e ciò per alleggerire l’altra sulla quale sta il Generale ed Anita. Conducono le barche: laprima, Girolamo Carli e Mariano Cavallari detto «Sgiôrz»; la seconda, Michele Cavallari, detto «Gerusalemme» e Giuseppe Cinti, detto «Scozzola». I profughi Veduta valli giungono così alla «tabarra», capanno vallivo in Valle Agosta, ove il sottocapo guardiano Battista Ferroni li ospita cortesemente.

Intanto, Gaspare Matteucci si reca a Comacchio per prendere ulteriori accordi con Nino Bonnet e trovare altri battellieri disposti a proseguire il trafugamento attraverso le Valli. Sono questi i fratelli Guidi: Michele detto «Tetavac» e Mariano detto «Erma Bianca» entrambi di Comacchio che si assumono di proseguire il viaggio.

Alle ore 8 Anita è posta di nuovo sul battello.

Si riparte navigando per 16 Km. sotto il sole bruciante, attraverso la valle di Mezzano, il canale Caldirolo, la Fossa di Porto e la valle Vacca. Verso le ore 13 i profughi pervengono alla casa di guardia della chiavica Begogni, o di Mezzo (9)a ridosso dell’argine sinistro del Reno (Po di Primaro). (10)

La morte di Anita

Scorcio di valle

Scorcio di valle

Aiutato dai giovinetti Benigno Samaritani e Antonio Feletti, figliuoli dei custodi della chiavica, che compiono opera intelligente di esploratori e di vivandieri, «Erma bianca» prepara un po’ di brodo per Anita, la quale però non riesce ad inghiottirlo; contemporaneamente «Tetavach», scongiurato da Garibaldi di trovare un medico, si reca a S. Alberto per cercare Francesco Manetti detto «Chicazza». Ma trova Po di Primaro (Reno) chiavica Begogni invece il fratello, Battista Manetti detto «Bunazza» il quale su un biroccino, trainato dal cavallo «Plon», è in viaggio per la Fiera di Primaro. «Tetavach» mette «Bunazza» al corrente delle cose poi sale con lui ed al galoppo, giungono di fronte alla casa di guardia della chiavica Begogni, sulla sinistra del Po di Primaro.

Anita, trasportata per circa 300 metri e poi traghettata con un battello attraverso il fiume, alle 17,30, viene distesa ormai agonizzante sul fondo del biroccino, liberato dal sedile. Garibaldi da un lato la assiste e la conforta, e, con la disperazione nel cuore, le misura il respiro.

Il Manetti è vigilante alla testa del suo generoso «Plon», che pareva avesse intuitola pietosa missione trainando a passo lento il biroccino sull’accidentato terreno.

«Leggero dall’anima di ferro, a capo chino, seguiva l’ormai funebre corteo, nel cui sfondo nebuloso s’intravedevano belve fameliche, sotto forma di austriaci inseguenti la preda».

Immagine di Casa Guiccioli dove morì Anita l ‘infaticabile «Tetavach» viene ancora mandato a S. Alberto per cercare il dottor Nannini – medico condotto di S. Alberto – per dargli convegno alla fattoria Guiccioli (11) assieme a «Chicazza».

Riprende il tragico lento viaggio con Anita che è quasi senza conoscenza, verso la fattoria distante meno di 3 Km.

Impiegano quasi un’ ora e mezzo, perchè sovente lo stato della strada obbliga a sollevare il biroccio a forza di braccia, per evitare scosse troppo forti alla moribonda. Arrivati alla Fattoria Guiccioli, della quale è fattore e reggitore Stefano Ravaglia, c’è già il dottor Nannini  e «Chicazza».

«Noi quattro allora – scrive Garibaldi nelle sue memorie – (alludendo a sè, aIl passo sul Po di Primaro (Reno). «Leggero», a Battista Manetti e al dottor Nannini ) prendemmo ognuno un angolo del materasso e la trasportammo nel letto di una stanza della casa che si trovava a capo di una scaletta. Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire nel suo volto l’espressione della morte. Le presi il polso… più non batteva. Avevo davanti a me la madre dei miei figli, che io tanto amavo, cadavere».

Presenti alla morte di Anita, oltre al dott. Pietro Nannini , al Manetti, a «Leggero», sono i fratelli Gaspare e Geremia Baldini insieme al cugino loro Angelo Rasini, essi pure di Ravenna; trovatisi sul posto per essere a caccia con gli archetti e Giuseppe Ravaglia fratello di Stefano.

La disperazione di Garibaldi tocca il delirio. A stento è strappato dalla misera spoglia dopo averla coperta di baci.

«Per i tuoi figli… per l ‘Italia», gli sussurra “Leggero“.

La casa è affollata di oltre venti persone perché, essendo sabato, i lavoranti agricoli convengono alla Fattoria a ricevere la paga. Molti dei presenti riconoscono Garibaldi. Ma da nessuna bocca uscirà poi una sola sillaba che possa essere di qualche danno all’Eroe !

Garibaldi al capezzale di Anita a casa Guiccioli di Mandriole.Mentre questi piange sopra il corpo della giovane donna, che per dieci anni gli è stata compagna e ha diviso con lui gli orgogli delle vittorie, le fatiche delle lunghe marce, i tormenti delle sconfitte, giungono da Ravenna Pietro Fabbri e Vincenzo Vitali, ambedue da S. Alberto. Essi avvertono Garibaldi  che sono mandati dall’ing. Giovanni Montanari di Ravenna per consigliarlo di partire il più presto possibile e di affidarsi a loro.

L’ing. Montanari di Ravenna

L ‘ing. Giovanni Montanari era un cospiratore ben noto alla polizia; già Carbonaro, partecipante alla marcia su Roma del 1831, guidata dal Gen. Sercognani, e, l’anno precedente, Comandante dei ravennati all’assedio di Vicenza; Fabbri era stato sottotenente di bandiera sotto il Comando dell’ing.  Montanari ; il Dott. Nannini, sergente nel 1831, divenne poi nel 1860, con Garibaldi, Capitano Medico. Gli altri che sono qui di seguito nominati e che furono guide fidate e sicure della «Trafila» ravennate erano stati soldati dell’ing.  Montanari nelle azioni di guerra da lui comandate.

Alle 20,30 Garibaldi, dopo avere pietosamente ed insistentemente raccomandato di dare decorosa sepoltura alla salma di Anita, parte con «Leggero» sui due biroccini guidati dal Dott. Nannini e da «Chicazza». Preceduti dal Fabbri e dal Vitali si dirigono verso S. Alberto, distante poco più di 8 Km.

Casa Matteucci di S. Alberto.Giunti a 500 metri dal paese, Garibaldi e «Leggero» sono fatti scendere in un podere di Sebastiano Vicari, per attendere il ritorno del Vitali, del Fabbri e di Ferdinando Matteucci fratello di Gaspare, spintisi in esplorazione stante la presenza nelle vicinanze di pattuglie austriache. Partono poco dopo guidati da costoro attraverso i campi coltivati e sono fatti rifugiare nell’orto posteriore di una casa di proprietà di Andrea Guarini nel vicolo Poazzo, in S. Alberto. (13)
Qui si trattengono fino alle 23 circa, poi in una decina di minuti, percorrendo il fosso dell’orto Guarini, la strada del Cavedone, la strada Rivaletto, in tutto 300 metri circa, sono condotti nella Casa di Giuseppe e Ferdinando Matteucci, fratelli di Gaspare, in Via Po. (14)

Qui finalmente i due profughi possono ricevere ristoro di cibo e di letto.