Martedì 7 agosto 1849

Garibaldi nella città di Ravenna

Bragozzo

Bragozzo

Per mezzo di Giuseppe Montanari, detto «Boschi», conduttore della «Osteria al Porto», i Sarti noleggiano un bragozzo chioggiotto per 20 marenghi, poi “Bòliga” provvisto di cibarie dategli dal Boschi ritorna al Capanno nella mattinata. Riferisce sul noleggio del bragozzo e concerta con Garibaldi l’incontro al Porto verso l’una di notte. Con questi accordi se ne ritorna a Porto Corsini.

Intanto «Sumaren», preoccupatissimo, si è allontanato dal Capanno per procurare di riprendere il perduto collegamento coi patrioti ravennati che già in due comitive – composte, una di Antonio Plazzi detto «Ballarden», Gregorio Zabberoni e Stefano Ortolani e l’altra di Giuseppe Savini detto «Jufina» e Annibale Fabbri detto «Spassèl» – dopo vane ricerche sono ritornati stanchissimi sui loro passi, passando poi la notte alla Casa delle Aie nei pressi del Cimitero per non destare sospetti col chiedere il passaggio alle porte della città, chiuse durante la notte.

Capanno Garibaldi

Capanno Garibaldi

Dal folto delle grasselle sbuca certo Luigi Sanzani detto «Mezzanott» sporco e malmesso, che avrà un ruolo fondamentale. Sumaren lo invita ad unirsi a lui per aiutare «due banditi» e lo conduce al Capanno. Appena alla presenza dei due profughi, «Mezzanot» esclama: «Oh! Garibaldi!».

Messo al corrente degli avvenimenti e richiesto se conosceva l’ingegnere Montanari, accetta con orgoglio di portargli subito un biglietto che Garibaldi scrive col lapis, ma rifiuta energicamente qualunque compenso.

Nascosto il biglietto fra le suole scucite di una scarpa, per la strada di Alaggio è fermato da una pattuglia austriaca. Il Comandante gli intima l’«alt» colpendolo alla faccia col calcio del fucile poi lo fa perquisire inutilmente; ciò che gli procura ulteriori maltrattamenti. Una seconda pattuglia, incontrata più oltre, sentitasi rispondere da «Mezzanot» che il sangue al volto e le ammaccature sono dovute ad una cascata dal biroccino, gli ride in faccia e senza perquisirlo nuovamente lo lascia procedere per Ravenna.

In virtù di questo eroismo la «Trafila» si ricollega. Infatti poco dopo le ore 19, Garibaldi vede giungere al Capanno un uomo completamente nudo. E’ il Savini – «Jufina» – che, avvertito dall’ing. Montanari, per giungere più presto ha lasciato la strada ed ha attraversato a nuoto le vene di S. Vitale. Arrivano poi il Fabbri – «Spassèl» – e il Matteucci che con «Sumaren» vigileranno, il nuovo percorso.

Fabbrica vecchia di Marina di Ravenna

Fabbrica vecchia di Marina di Ravenna

Fabbrica vecchia in riva al CandianoAlle ore 19,30 i profughi lasciano il Capanno. Attraversano il Candianazzo e il canale Corsini con un battello; si internano nella Pineta San Vitalaccia e Monaldina; passano a guado il Canale del Molino e si nascondono in un terreno di granoturco. (21)

Son circa le ore 21. Il percorso è stato intorno a 6 chilometri.

Alle ore 22,15 giungono con due biroccini Antonio Plazzi, Stefano Ortolani e Gregorio Zabberoni, di Ravenna, e percorrendo la Strada del Molino, lo Stradone di Porto Fuori l’ Argine Sinistro dei Fiumi Uniti a mare, il Cavedone, l’ Argine Destro a Monte, la Strada Marabina, la Romea vecchia, l’ Argine Sinistro del Savio e la Carraia Sabbioni, verso le ore 1 dell’8 Agosto giungono alla «Masseria della Baronessa» di savio, distante circa 21 chilometri dal posto di sosta precedente. (22)

Qui i profughi sono accolti premurosamente e ristorati da Regolo Dragoni, milanese, agente di Casa Pergami e da Marco Abbondanzi, guardiano della Fattoria, in attesa che gli amici ravennati possano disporre le cose per condurre i Nostri fuori da ogni pericolo.